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Chitarre e canzoni

By 11/06/2014 Aprile 3rd, 2016 No Comments

Gli scout, non cantano più. Se lo fanno (poco e male) in quel canto quasi sempre manca l’emozione, è diventato, il cantare, un ripetersi di parole imparate a memoria, con poca o nulla attenzione alla “forma” vera e propria del canto, dell’armonia delle voci; si canta con la bocca ma senza cuore.

Cosa è successo? Non posso fare a meno di pensare a come si cantava “prima”.

La scelta delle canzoni, soprattutto dei testi, era oggetto di una ricerca accurata; adattarli all’uso nostro poi, una fase tecnicamente faticosa (mancavano tutte le diavolerie elettroniche di oggi). Al massimo, i più fortunati possedevano un giradischi o addirittura, i più ricchi, un registratore a bobina (è arabo?).

Si cercava nel canto, in quel connubio cioè tra musica e parole, qualche significato, un insegnamento, una rispondenza a delle idee o la ricerca di nuove strade da percorrere. Si cercavano alacremente dischi, registrazioni, si ascoltava poi decine di volte lo stesso brano e se si suonava (si fa per dire) la chitarra, ci si sforzava di adattarne la tonalità e gli accordi alla propria voce ed alla propria capacità tecnica sullo strumento.

Personalmente, ricopiavo con un minuscolo stampatello le strofe a cui sovrapponevo gli accordi con meticolosa precisione e possibilmente con un diverso colore di penna per renderli immediatamente visibili. Il libro dei canti, è ancora nello scaffale musicale della mia libreria. Si tratta di una vecchia agenda con la coperta di pelle verdina, abbastanza provata dall’uso e dal tempo. Ricordo che molti tra gli esplo e rovers ne possedevano una simile, custodita gelosamente ed aggiornata quando capitava di scoprire qualche nuovo tesoro.

Gli argomenti dei canzonieri erano diversi: canti scout (molti provenienti da libretti della più organizzata AGESCI, anzi ASCI) nei nostri quaderni, erano pochi i canti religiosi, in genere spirituals o gospels; poi canti di montagna (già, perché lo scautismo in qualche modo ne prevederebbe l’uso, della montagna dico) quindi canti popolari, e qui di potevano suddividere in canti di lavoro, d’amore, politici (sì politici!) infine, la ricerca di parole scritte da artisti che con la loro lungimiranza ed essenzialità in molti modi trattavano, spesso anticipando, argomenti importanti, se non fondamentali per la vita di noi, allora poco più che adolescenti.

De Andreè (era una novità rivoluzionaria allora) raccontava storie dei “diversi” “degli ultimi” poi, parlava d’amore in un modo tutto nuovo. Una voce inarrivabile, una chitarra a forma di liuto, il ritmo e la melodia con lontani echi di antiche ballate. Era perfetto per noi, specie in cerchio. Poi Guccini, con col suo parlare grasso, la sua ironia e la sua straordinaria sintonia con i nostri problemi e la coerenza con cui (piacendo o non piacendo) ha raccontato un’intera generazione.

Anche lui parlava d’amore, di fatti di vita e di morte; anche lui in un altro modo.

Sono trascorsi cinquanta anni da allora, eppure i loro testi sono tuttora oggetto di culto, sono parole ancora fresche come scritte ora. Le denunce di allora sembrano scritte per fatti di oggi. Cercavamo anche altri nomi che sussurrassero parole d’aiuto, di protesta o che semplicemente ci stimolassero; ecco Gaber, De Gregori, Iannacci e altri, che magari in una sola canzone ci regalavano emozioni o parole condivise. Quindi la scoperta degli autori di lingua inglese, Baez, Donovan, Dylan che ci dicevano con voci dolcissime o roche che anche in America la protesta avanzava invocando l’amore al posto della guerra.

La cosa più importante però, ciò che più contava, era che tutto questo doveva essere “nostro” non doveva essere un testo necessariamente scout, ma doveva invece cantare il nostro amore per la natura e le cose, la nostra rabbia contro le guerre e l’ingiustizia, i nostri dubbi e le nostre paure, e doveva farlo bene. Poche le canzoni scout nei nostri repertori, perché spesso intrise di retorica, di slogan stanchi e con un linguaggio non più al passo del tempo che, mai come allora, correva veloce.

Ci si incontrava in sede, la nostra casa, anche solo per cantare, e spesso quel canto, e la nostra voce, ci commoveva, e bisognava farlo bene (la bellezza è importante) allora ci si correggeva a vicenda e se si trovavano nuove “voci”, subito si dovevano farle ascoltare anche agli altri per avere, o no, l’approvazione e farle diventare un bagaglio di tutti.

Poi, arrivarono loro!

I manuali di chiesa che modificavano le parole di alcune canzoni, per “adattarle” ai propri scopi, ed arrivarono soprattutto, quei libroni con 100-1000-10000 canzoni complete di accordi. Ed ecco si cominciava dalla prima pagina e si cantava di tutto, non si distingueva più (era così facile) tra una canzonetta commerciale e sdolcinata e quella scritta e musicata da un grande poeta che durerà un’era e creerà cultura.

Ecco, tutto così omologato, normalizzato, appiattito, anestetizzato. Sparita la ricerca, scomparsa la fatica del trascrivere, dimenticata quella benedetta tensione che ti portava a scegliere tra un cantante vero o un coglione vestito da finto contestatore.

Tutto finito e proprio quando la ricerca e la possibilità di apprendere, grazie alla tecnologia, sarebbe diventato così facile.

Be’, cari i mie musici di ora, la mia chitarra, ora se ne sta tranquilla dietro la scrivania, ove scrivo, disegno, penso e a volte suono. Sì, perché non posso dimenticare che per noi di allora, cantare con la chitarra non era normalità o sfoggio di bravura, era come pregare, era elevare il nostro pensiero; e lei, la mia chitarra, così come “Messer Liuto” che hanno seguito, me e i ragazzi di allora, in molti campi e molte uscite contribuendo a creare, la sera, dopo le fatiche, quel momento necessario e magico in cui i corpi si fermano e riposano e le menti volano e si incontrano grazie a parole e melodie, con certi canti, certe canzoni alla moda che durano il tempo di un soffio non vogliono aver niente da spartire. Ed io con loro.

Scoiattolo rosso

Ex cantore questa volta con nostalgia

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